La sordità è in aumento. Il professor Davide Tufarelli ci spiega come mai

 

Secondo l’Associazione italiana per la ricerca della sordità (Airs) in Italia sono oltre sette milioni le persone che soffrono di disturbi uditivi, più di mezzo milione gli adulti con sordità grave,  invalidante, e oltre 1.000 i bambini che ogni anno nascono con sordità congenita.

«Sta aumentando sempre più il peggioramento della qualità della vita dovuta alla lesione uditiva – sottolinea il professor Davide Tufarelli, primario dell’unità operativa di riabilitazione otorinolaringoiatrica dell’Irccs San Raffaele di Roma».

 

Diverse le cause. In primo luogo è aumentata la sopravvivenza neonatale grazie ai miglioramenti delle tecniche di rianimazione e quindi le disabilità, tra cui la sordità. D’altro canto è aumentata l’età media degli anziani, peraltro sempre più attivi, e quindi il numero dei casi di presbiacusia (tipo di sordità progressiva tipica di questa età). L’aumento, poi, dell’inquinamento acustico determina indiscriminatamente anche in chi ha modeste diminuzioni dell’udito difficoltà di comunicazione». 

Esistono diversi gradi di sordità?

«Certo. E, per decidere come intervenire, capire il grado di sordità è indispensabile. Non esiste, infatti, solo la sordità profonda o la normalità ma anche gradi intermedi di lesione uditiva che possono consentire di sentire e comprendere in un ambiente silenzioso ma non in presenza di rumori di fondo. Ciò, ad esempio, può portare i genitori il cui bambino ha una modesta ipoacusia a dire che se non risponde è perché è concentrato nei suoi giochi, e non perché c’è la televisione accesa».

E cosa si deve fare, allora, per sovvertire la situazione? 

«Fondamentale è la prevenzione.  Per quanto riguarda quella primaria, ad esempio, si deve migliorare la condizione delle sale parto e le tecniche di rianimazione; bisogna ampliare l’incidenza dell’uso di vaccini per patologie, come la parotite, in grado di determinare lesioni uditive; e ridurre o abbattere le forti fonti di inquinamento acustico. Gli anziani, poi, devono preoccuparsi di migliorare l’alimentazione e ricorrere all’uso di sostanze antiossidanti e farmaci specifici. Ancora più importante è la prevenzione secondaria, quella cioè sugli esiti della sordità, che deve contare su una diagnosi precoce. Basti pensare che nel neonato sano la sordità profonda incide per l’11,4 per mille, mentre nei neonati a rischio l’incidenza è del sette-otto per cento. Si capirà quindi l’importanza che può avere eseguire screening neonatali in tutti i punti nascita. Diagnosticare una sordità profonda in un neonato, infatti, consente di protesizzarlo o di impiantarlo con un impianto cocleare tempestivamente. Prevenendo, così, il sordomutismo e gli enormi costi sociali che questa condizione comporta (pensione per tutta la vita, un insegnante di sostegno e un comunicatore per tutta la durata della scuola, ecc.)».

Cos’è un impianto cocleare?

«È il cosiddetto “orecchio bionico” e vi si ricorre in particolar modo nei bambini o quando le protesi acustiche sono inefficaci. Si tratta di elettrodi che, impiantati chirurgicamente, stimolano direttamente il nervo acustico. Di fatto sostituiscono le cellule acustiche della coclea (o chiocciola: organo a spirale del labirinto dell’orecchio demandato alla ricezione e all’analisi del suono – n.d.r.).

Superando, quindi, certi limiti di amplificazione, permette di sentire con una discriminazione vocale migliore rispetto alle protesi acustiche. Questo tipo di interventi, però, vengono fatti solo in casi selezionati. Purtroppo in Italia non abbiamo una normativa nazionale in materia, pertanto alcune regioni passano questo tipo di impianto, molto costoso,  totalmente, altre parzialmente, altre ne assicurano solo un numero determinato l’anno, causando una vera e propria migrazione da una regione all’altra».

In ogni caso, comunque, un ruolo fondamentale nella lotta alla sordità e all’emarginazione che questa comporta è rivestito dalla riabilitazione logopedica grazie alla quale pur avendo problemi d’udito si può imparare  a comunicare se non a parlare.

Per quanto riguarda, poi, l’abbattimento delle fonti acustiche inquinanti il professor Tufarelli ammette che ci si stia lavorando: «Si pensi ad esempio ai pannelli sulle tangenziali. Ma è ancora troppo poco. Quel che manca – sostiene - è la cultura della gente. Quante volte, ad esempio, si vedono nelle strade operai al lavoro con il martello pneumatico ma senza cuffia? E ciò nonostante ne siano stati dotati ed esistano leggi che ne imporrebbero l’uso. In una società dove comunicare è tutto questo aspetto della cultura va migliorato, perché chi non sente e non comunica, oggigiorno più che mai, è tagliato fuori».

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